April 10, 2009
"«Che cosa c’è? Mia cara?»
«Ah, come possiamo sopportarlo?»
«Sopportare che cosa?»
«Questo. Per un tempo così breve. Come possiamo lasciarci sfuggire dormendo questo tempo?»
«Possiamo restare insieme tranquilli, e fingere - dato che è solo l’inizio - di avere tutto il tempo del mondo.»
«E ne avremo meno ogni giorno. E poi più nulla.»
«Preferiresti dunque non averne avuto affatto?»
«No. Qui io intendevo da sempre. Da quando il mio tempo è cominciato. E quando me ne andrò di qui, questo sarà il punto mediano, a cui tutto correva, prima, e da cui tutto si allontanerà. Ma adesso amore mio noi siamo qui, siamo ora, e quegli altri tempi corrono altrove.»"

— antonia s. byatt - possessione (in la moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo, audrey niffenegger)

March 29, 2009
"« […] un giorno o l’altro l’Angelo della Morte suonerà la tromba per me. Voi non dovete rattristarvi o compiangermi, mia cara!», ha detto, vedendo che piangevo, «anche se arriverà questa notte risponderò alla sua chiamata. In fondo, la vita è solo l’attesa di qualcosa di diverso da quello che stiamo facendo; e la morte è tutto quello che giustamente possiamo aspettarci. Ma sono contento, perché mi sta venendo incontro, mia cara, e di corsa. Magari arriva mentre stiamo qui, e ci chiediamo quando. Forse è in quel vento laggiù sul mare che porta con sé rovina e distruzione, e profondo dolore, e tristezza nel cuore. Guarda! Guarda!», ha gridato all’improvviso, «C’è qualcosa in quel vento e nel fragore che porta con sé che ha il suono, l’apparenza, il sapore e l’odore della morte. E’ nell’aria; lo sento, sta arrivando»."

— bram stoker - dracula

January 23, 2009
"- Ma che cosa credete? - gridava Razumichin, alzando la voce, - credete che io parli così perché dicono degli spropositi? Sciocchezze! A me piace quando ne dicono! Il dirne è l’unico privilegio umano di fronte a tutti gli altri organismi. Con gli spropositi arriverai alla verità! Sono uomo appunto perché ne dico. Non c’è verità alla quale si sia pervenuti senza aver prima spropositato quattordici volte, fors’anche centoquattordici, e questa è nel suo genere una cosa onorevole; sì, ma anche di spropositare col nostro cervello non siamo capaci! Tu dimmi una frottola, ma dimmela a modo tuo, e io allora ti bacerò. Dir frottole a modo proprio è quasi meglio che dir la verità a modo degli altri; nel primo caso sei un uomo, nel secondo sei soltanto un pappagallo! La verità non ci scapperà, ma la vita si può massacrare; se ne sono avuti degli esempi. Ebbene, che cosa siamo adesso? Noi tutti, tutti senza eccezione, nel campo della scienza, del progresso, del pensiero, delle scoperte, degli ideali, dei desideri, del liberalismo, della ragione, dell’esperienza e di tutto, di tutto, di tutto, siamo ancora nella prima classe del ginnasio inferiore! Ci è piaciuto vivacchiare dell’intelligenza altrui, e ce ne siamo penetrati! E’ così! Dico bene? - gridava Razumichin, scotendo e stringendo le mani delle due donne, - è così?"

— fёdor dostoevskij - delitto e castigo

September 11, 2008
"Provavo un po’ di invidia nei confronti di Yuki, dei suoi tredici anni. Quanto le cose dovevano apparirle fresche, nuove! La musica, i paesaggi, le persone. Diversamente da come succedeva a me. Anch’io ero stato così. Quando avevo tredici anni, il mondo era tanto più semplice. Credevo ancora che gli sforzi venissero premiati, che le parole avessero un senso, che della bellezza si potesse godere. Ma quando avevo tredici anni non ero un ragazzo tanto felice. Mi piaceva stare da solo, e quando ero solo riuscivo a credere in me stesso, ma era molto raro che riuscissi a stare da solo. Ero chiuso all’interno di queste due rigide cornici: la famiglia e la scuola, e ciò mi innervosiva. In quegli anni ero sempre arrabbiato. Ero innamorato di una ragazza, ma naturalmente la cosa non funzionò. Perché io non aveva la più vaga idea di cosa fosse l’amore. Non riuscii a parlarle nemmeno una volta. Ero un ragazzino introverso e maldestro. Avrei voluto ribellarmi contro il sistema di valori che i professori e i genitori cercavano di inculcarmi, ma non trovavo le parole per oppormi. Qualsiasi cosa facessi, non funzionava. Ero l’esatto opposto di Gotanda, al quale tutto riusciva alla perfezione. Mi riusciva solo di percepire le cose con uno sguardo fresco. Era una dote meravigliosa. Gli odori erano odori, le lacrime erano calde, le ragazze belle come creature di sogno, il rock ‘n’ roll sembrava eterno. Il buio delle sale cinematografiche era confortevole e accogliente, e le sere d’estate erano lunghe e struggenti. Quei giorni inquieti li vivevo insieme ai miei alleati: la musica, il cinema e i libri. Passavo ore e ore a imparare i testi delle canzoni di Sam Cook e Ricky Nelson. Mi ero costruito un mondo tutto mio e ci abitavo da solo. I miei tredici anni erano stati questi."

— haruki murakami - dance dance dance

September 11, 2008
"Detto ciò, ci sono persone che riconoscono la mia «normalità» e ne sono attratte. Queste rare persone e io ci attiriamo a vicenda, come pianeti sospesi nel buio dell’universo, che una forza irresistibile avvicina l’uno all’altro, per poi allontanarli di nuovo. Mi cercano, creano un rapporto con me e un bel giorno se ne vanno. Possono essere amici, amanti, mogli. Anche nemici. Ma sempre, prima o poi, se ne vanno. Per stanchezza, disperazione, o perché le cose che avevano da dire si sono esaurite, come un rubinetto che non dà più acqua. Da me ci sono due porte, una per entrare e una per uscire. Rigorosamente divise. Dalla porta d’ingresso non si può uscire, e da quella d’uscita non si può entrare. Tutti seguono questa regola. Possono variare le modalità, ma tutti finiscono con l’andare via. C’è chi è andato via per sperimentare nuove possibilità, chi per risparmiare tempo. Qualcuno è morto. Fatto sta che non è rimasto nessuno. Tranne me, unico superstite. La loro assenza è sempre con me. Le loro parole, i loro respiri, i motivi canticchiati a bassa voce, aleggiano come polvere negli angoli di casa mia.
Ho il sospetto che l’immagine che avevano di me fosse proprio quella giusta. Per questo sono venuti tutti qui da me e per questo alla fine sono andati via. Hanno riconosciuto in me una certa integrità, il mio impegno per mantenerla. Hanno cercato di parlare con me, di aprirmi il loro cuore. Erano quasi tutte persone generose. Ma io non sono riuscito a dar loro niente, o troppo poco, nonostante i miei sforzi. Ho fatto quel che ho potuto. Anch’io cercavo qualcosa in loro. Non ha funzionato, e così se ne sono andate.
Inutile dire che è stato doloroso.
Ma la cosa più dolorosa era il fatto che loro lasciassero la mia casa più tristi di quando erano arrivate. Come se nel frattempo qualcosa in loro si fosse logorato. Me ne rendevo conto. E’ strano, ma ne uscivano sempre più segnate di me. Perché? Perché alla fine rimanevo sempre solo? Perché alla fine le mie mani stringevano solo ombre? Non so dirlo.
La solita cronica insufficienza di dati."

— haruki murakami - dance dance dance

August 27, 2008
"- insensato! lei piange perché ha vissuto
e perché vive! ma quello che deplora soprattutto,
ciò che fino ai ginocchi la fa fremere,
è che domani, sì, bisognerà vivere ancora!
domani, dopodomani, sempre! - come noi!"

— charles baudelaire - i fiori del male (la maschera)

August 27, 2008
"Nei miei vent’anni di vita era la prima volta che provavo un’esperienza sconvolgente come quella di perdere la persona amata. Ne ho sofferto al punto da sentirmi annientata. Dalla sera in cui lui è morto la mia anima si è trasferita in un’altra dimensione e non può tornare indietro in nessun modo. Mi è impossibile vedere il mondo con gli occhi di un tempo. La mia mente fluttua, senza nessuna stabilità, senza requie, in una confusa desolazione. E’ un po’ come se fossi passata attraverso quelle esperienze che nella vita ci si augura di evitare: l’aborto, la prostituzione, una grave malattia.
Lo so, eravamo ancora giovani, e forse il nostro amore non sarebbe durato tutta la vita. Tuttavia avevamo già affrontato insieme molte situazioni difficili. Vedevamo il nostro rapporto approfondirsi e ci misuravamo con i nostri problemi, imparando a conoscerli ad uno ad uno. Così abbiamo costruito insieme quattro anni della nostra vita.
Adesso posso gridarlo forte.
Ma che razza di Dio sei? Amavo Hitoshi più della mia vita."

— banana yoshimoto - moonlight shadow

August 27, 2008
"Loro vivevano nella felicità. Erano state educate, forse da genitori affettuosi, a non oltrepassare mai i limiti di quella felicità, a qualunque cosa si applicassero. Così non conoscevano veramente la gioia. Non si può scegliere tra queste forme di vita. Ognuno vive solo come sa. Felicità è anche non accorgersi che in realtà si è soli. Non è mica una cosa da disprezzare. Si mettono il grembiule, ridono giulive, imparano a cucinare, si innamorano mettendocela tutta, magari anche con qualche lacrima e ansia, e infine si sposano. Una vita così non mi dispiacerebbe. E’ facile, è bella. Io invece, quando sono stanca di tutto, quando ho i brufoli, quando di notte avverto la solitudine e telefono a tutti gli amici ma nessuno risponde, odio la mia nascita, la mia educazione, la mia stessa vita. Sono scontenta di tutto.
Però, quell’estate meravigliosa, in questa cucina…
Non temevo scottature o ferite, non mi pesava stare in piedi tutta la notte. Ogni giorno ero eccitata al pensiero delle sfide che mi aspettavano il giorno dopo. Nella torta di carote che avevo fatto tante volte in modo da imparare il procedimento a memoria erano entrati anche frammenti del mio spirito. Amavo i pomodori rossi fiammanti, trovati al supermarket, più della mia vita.
Dopo aver conosciuto una gioia simile, non posso tornare indietro.
Voglio assolutamente continuare a sentire che un giorno morirò. Altrimenti non mi accorgo che vivo. Per questo è così la mia vita."

— banana yoshimoto - kitchen

August 27, 2008
"Mentre ci davamo appuntamento, guardai dalla finestra. L’aria era color grigio piombo.
Le nuvole venivano trascinate via dal vento con una forza incredibile. In questo mondo non c’è posto per le cose tristi. Nessun posto."

— banana yoshimoto - kitchen

July 27, 2008
"Capisco quando ho la sensazione di non aver vissuto bene una giornata, e di aver buttato via il tempo, perché la notte poi non vorrei mai andare a dormire. Sono quelle notti che ho una voglia incredibile di vivere. Vorrei vedere due o tre film, scrivere, leggere, disegnare, o anche semplicemente guardare fuori dalla finestra. Dormire mi sembra una perdita di tempo. Mi viene voglia di imparare. Qualsiasi cosa, ma imparare. Anche se poi il mattino dopo vorrei dormire tutto il giorno. Alzarmi mi sembra un’ingiustizia."

— fabio volo - il giorno in più