September 11, 2008
"Provavo un po’ di invidia nei confronti di Yuki, dei suoi tredici anni. Quanto le cose dovevano apparirle fresche, nuove! La musica, i paesaggi, le persone. Diversamente da come succedeva a me. Anch’io ero stato così. Quando avevo tredici anni, il mondo era tanto più semplice. Credevo ancora che gli sforzi venissero premiati, che le parole avessero un senso, che della bellezza si potesse godere. Ma quando avevo tredici anni non ero un ragazzo tanto felice. Mi piaceva stare da solo, e quando ero solo riuscivo a credere in me stesso, ma era molto raro che riuscissi a stare da solo. Ero chiuso all’interno di queste due rigide cornici: la famiglia e la scuola, e ciò mi innervosiva. In quegli anni ero sempre arrabbiato. Ero innamorato di una ragazza, ma naturalmente la cosa non funzionò. Perché io non aveva la più vaga idea di cosa fosse l’amore. Non riuscii a parlarle nemmeno una volta. Ero un ragazzino introverso e maldestro. Avrei voluto ribellarmi contro il sistema di valori che i professori e i genitori cercavano di inculcarmi, ma non trovavo le parole per oppormi. Qualsiasi cosa facessi, non funzionava. Ero l’esatto opposto di Gotanda, al quale tutto riusciva alla perfezione. Mi riusciva solo di percepire le cose con uno sguardo fresco. Era una dote meravigliosa. Gli odori erano odori, le lacrime erano calde, le ragazze belle come creature di sogno, il rock ‘n’ roll sembrava eterno. Il buio delle sale cinematografiche era confortevole e accogliente, e le sere d’estate erano lunghe e struggenti. Quei giorni inquieti li vivevo insieme ai miei alleati: la musica, il cinema e i libri. Passavo ore e ore a imparare i testi delle canzoni di Sam Cook e Ricky Nelson. Mi ero costruito un mondo tutto mio e ci abitavo da solo. I miei tredici anni erano stati questi."

— haruki murakami - dance dance dance